Altamura, il "Padre Peppe" e la sua ricetta segreta: tramandata da due secoli nella stessa famiglia
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martedì 3 marzo 2026
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di Gaia Agnelli - foto Paola Grimaldi
Un antico elisir che a distanza di più di due secoli continua a essere preparato sempre allo stesso modo, seguendo un prontuario detenuto da una sola famiglia (gli Striccoli) e mai rivelato a nessuno. Affinchè il segreto industriale potesse rimanere tale, i titolari hanno poi mantenuto un profilo di piccola impresa portata avanti con pochissimi collaboratori, fornitori fidati e tecniche rigorosamente artigianali.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Siamo quindi andati a scoprire la storia del Padre Peppe recandoci direttamente ad Altamura, lì dove in piazza San Giovanni 18 si trova l’impresa “Fratelli Striccoli”. (Vedi foto galleria)
Ci troviamo davanti a un palazzotto neoclassico di colore giallognolo situato nel centro storico del paese in provincia di Bari. Una volta varcato l’ingresso al piano terra veniamo accolti dai 53enni Tiziana Ghessa e Francesco Maccarrone, cugini e discendenti del fondatore dell’azienda, Luigi Striccoli. Dal 2005 sono loro a portare avanti l’impresa di famiglia.
«Tutto ebbe inizio alla fine del 700 – esordiscono i due -. A quel tempo il frate Giuseppe Ronchi arrivò qui da Napoli e, ispirato dai frutti e dalle erbe spontanee della Murgia, pensò di creare un elisir di benessere che alleviasse i disagi della vita quotidiana. Tra le mura del monastero dei cappuccini di Altamura iniziò quindi a sperimentare, creando infine un liquore a basi di noci verdi arricchito da spezie e aromi che ancora oggi sono segreti (tranne a noi naturalmente)».
A intuire il potenziale commerciale del liquore fu il fratello del frate, Nicola, che cominciò a produrre il nocino offrendolo all’interno del suo Caffè Ronchi: un bar ancora esistente in corso Federico II di Svevia.
Ma come arrivò la ricetta del nocino nelle mani degli Striccoli e quando l’elisir prese il nome di Padre Peppe?
«Il nostro trisnonno Luigi Striccoli sposò la figlia adottiva di Nicola, Angela Nardone, ereditandone così la fabbrica - risponde Tiziana -. Nel 1832 Luigi dette poi al liquore il nome di “Padre Peppe”, in onore del frate ideatore, marchio che fu registrato nel 1912».
Da allora la ricetta del nocino, scritta su un documento redatto a mano da Giuseppe Ronchi, è stata tramandata di generazione in generazione all’interno della stessa famiglia, conservando la sua segretezza sia nella scelta degli ingredienti che nella lavorazione.
A dare grande impulso all’elisir furono nel 900 Luigi Striccoli (nonno di Tiziana) e il fratello Domenico (nonno di Francesco). Ci viene mostrata una foto in bianco e nero dei due, oltre a vecchi cartelloni appesi alle pareti che pubblicizzano in maniera artistica il liquore altamurano.
I titolari ci conducono ora nella piccola fabbrica, facendoci accedere prima di tutto all’area dedicata all’infusione, lì dove sono posizionate in fila botti in rovere che contengono il prezioso digestivo.
«Ciò che differenzia il Padre Peppe dalle altre versioni di nocino diffuse un po’ in tutta Italia – spiegano i due cugini – è prima di tutto il lungo processo di produzione e invecchiamento della durata complessiva di cinque anni. Questo rende il colore del liquore più scuro e il suo sapore più intenso. In più c’è una particolare cura in tutta la preparazione: scegliamo materie prime rigorosamente biologiche che ci procuriamo da fornitori il cui nome rimane segreto. La “segretezza” è infatti la parola chiave della nostra azienda: pensate che ci avvaliamo di un solo collaboratore: Mario. È il solo, oltre a noi, a sapere come si prepara l’elisir».
Di certo c’è che il ciclo produttivo inizia a fine giugno: tradizione vuole che le noci vengano raccolte la notte di San Giovanni, il 24 del mese. A quel punto i frutti vengono spezzettati e lasciati a macerare per quattro anni con alcol, zucchero, acqua cristallina e aromi naturali segreti.
Passati 48 mesi l’infuso viene versato all’interno di botti più piccole, lì dove rimane per un altro anno con l’aggiunta di cannella, chiodi di garofano e altre spezie. Infine c’è il filtraggio, attraverso il quale si eliminano tutte le impurità. Solo allora il nocino potrà essere imbottigliato ed etichettato.
Oggi l’azienda produce tre varianti del nocino classico, che è quello “vestito” di verde e dal volume alcolico di 42 gradi. Tiziana e Francesco ci mostrano una bottiglia degli anni 70: è più lunga rispetto a quella attuale, ma l’etichetta è la stessa, come naturalmente il contenuto.
«Abbiamo voluto mantenere tutto invariato per restare fedeli alla tradizione – concludono i due cugini –. Certo, non è semplice gestire l’azienda in poche persone, ma a spronarci è sempre stato l’amore della nostra famiglia per questo nocino “segreto”: il nostro Padre Peppe».
(Vedi galleria fotografica)
© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita


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